La detrazione dell’IVA per le associazioni sportive con riguardo all’aspetto fiscale e penale

In un momento storico in cui le buone notizie appaiono merce piuttosto rara, una certa soddisfazione, sia per le associazioni sportive, sia per gli operatori di diritto, arriva dalla posizione assunta dalla giurisprudenza tributaria di merito e penale relativamente alla legittimità della detrazione dell’IVA in ipotesi di omessa registrazione delle fatture passive.

Infatti, è tutt’altro che infrequente la circostanza che l’Agenzia delle Entrate, in occasione della normale attività di verifica o di controllo effettuata nei confronti di associazioni che hanno optato per l’utilizzo del regime forfettario di cui alla legge 398/91, nel riscontrare l’insussistenza dei presupposti per il godimento di questo regime agevolativo, all’atto della determinazione della maggiore IVA dovuta ometta di considerare quella versata in ordine agli acquisti effettuati per l’esercizio dell’attività, disconoscendo, in buona sostanza, il diritto alla detrazione.

Tale posizione troverebbe origine dall’omessa annotazione delle fatture sul registro degli acquisti e, conseguentemente, dall’omessa dichiarazione annuale IVA, incombente che, com’è noto, non è imposto all’ente sportivo proprio per il particolare regime fiscale agevolato di cui si è fatto cenno sopra.

Secondo la CTR dell’Emilia-Romagna (n. 1438/2014) e la CTP di Alessandria (n. 181 del 2014) è errato il diniego da parte dell’Agenzia delle Entrate in relazione alla detraibilità dell’IVA assolta sugli acquisti ancorché l’associazione sportiva abbia omesso di contabilizzare le fatture passive in quanto convinta di non esserne tenuta a farlo proprio in forza del regime particolare adottato.

Ciò che realmente rileva, continuano i giudici, è la dimostrazione dell’effettiva sussistenza delle operazioni passive, dimostrazione che passa tramite l’esibizione della relativa documentazione, ossia l’esibizione delle fatture di acquisto.

A ben vedere, il ragionamento sviluppato dalle citate commissioni non può che essere assecondato, posto che lo stesso trae origine dalla posizione assunta dalla Suprema Corte.

Infatti, il Massimo Collegio col pronunciamento n. 11168/2014 ha avuto modo di affermare un importante principio secondo cui: L'omessa annotazione delle fatture passive nel registro degli acquisti non preclude l'esercizio della detrazione purché il contribuente sia in grado di dimostrare la sussistenza delle condizioni sostanziali alle quali è ricollegato tale diritto.

Il caso sottoposto al vaglio del Supremo Giudice è derivato dalla sentenza n. 16 emessa in data 22.12.2006 dalla Commissione Tributaria di 2^ grado di Bolzano che aveva rigettato l’appello proposto dall'Ufficio di Bolzano, confermando la decisione di primo grado che aveva dichiarato illegittimo l'avviso di accertamento notificato ad una società.

Secondo il ragionamento percorso dalla Corte il difetto derivante dall’omessa registrazione/contabilizzazione delle fatture non priva il contribuente del diritto alla detrazione, laddove sia possibile al contribuente stesso fornire aliunde (e dunque con mezzi diversi dalle scritture contabili) la prova della sussistenza dei presupposti di diritto sostanziale che legittimano il soggetto passivo al recupero di quanto versato.

Come detto nelle premesse, oltre all’aspetto fiscale, il tema in questione è stato trattato anche in ambito penale. Infatti, il Tribunale di Verona, in composizione monocratica (dott. Piziali) con sentenza n. 2951/14 depositata in data 27.01.2015 ha assolto il presidente di una associazione sportiva dal reato ascrittogli ex art. 5 D.Lgs. 74/2000 perché il fatto non sussiste.

L’assoluzione che precede è particolarmente interessante poiché rappresenta la formula più ampia in quanto il fatto di reato addebitato nell’imputazione non trova conforto nelle risultanze processuali.

In buona sostanza, il fatto storico ricostruito mediante le prove non rientra nella fattispecie incriminatrice dal punto di vista degli elementi oggettivi, poiché non risultano presenti gli elementi di fatto che dovrebbero integrare la condotta, l’evento o il rapporto di causalità.

La vicenda ha visto, come detto, protagonista il presidente di un ASD rinviato a giudizio per il reato su indicato a seguito di una segnalazione da parte dell’Agenzia delle Entrate di Verona che nell’ambito dell’attività di controllo aveva ritenuto – per diverse ragioni che qui non rilevano – che il sodalizio sportivo avesse invocato illegittimamente le agevolazioni fiscali di cui all’art. 90 L. 289/2002 e, conseguentemente, non avesse presentato la dichiarazione annuale IVA, superando la soglia di punibilità prevista dal citato articolo 5 che, ratione temporis, era pari ad € 77.468,00.

Il giudice penale ha ritenuto che, a fronte dei maggiori ricavi accertati e non dichiarati dall’ASD, l’AF non ha tenuto conto dei costi sostenuti – e documentati dalle fatture prodotte – anche ai fini dell’IVA, imposta che rilevava circa la configurabilità o meno del reato in discussione.

Luigi Contri
Avvocato, Foro di Verona



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